Per i GCC il turismo può valere più del petrolio. E ora una guerra minaccia tutto.

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Secondo una analisi basata su dati UN Tourism & World Bank (2024) : Gli stati del Golfo hanno scommesso la propria diversificazione economica su spiagge, grattacieli e pellegrinaggi. Bahrain e UAE superano la Francia e l’Italia per incassi turistici in rapporto al PIL. Il conflitto con l’Iran sta rivelando la fragilità di questa scommessa.

Per decenni il mondo ha immaginato il Golfo Persico come una regione dipendente dal petrolio, incapace di reinventarsi. Quell’immagine è ormai superata dai numeri. Bahrain e Emirati Arabi Uniti ricevono entrate dal turismo internazionale pari rispettivamente al 10,6% e al 10,3% del loro prodotto interno lordo — percentuali che lasciano indietro quasi tutti i grandi mercati europei, dove il turismo è da sempre considerato un pilastro economico.

La comparazione con l’Europa è illuminante. La Grecia, da sempre simbolo del turismo da mare, raggiunge il 9,1% — meno del Bahrain. La Spagna si ferma al 6,2%, la Francia al 2,4%, l’Italia al 2,5%. Persino la Tailandia, reputazione turistica consolidata a livello globale, tocca l’8,1%, ancora al di sotto dei due stati del Golfo più esposti.

Come è possibile che stati che cinquant’anni fa erano essenzialmente deserti abitati da pescatori di perle abbiano costruito economie del turismo più dipendenti da questo settore rispetto a destinazioni millenarie come Roma, Parigi o Barcellona?

La risposta è nella natura stessa della loro transizione. Non si è trattato di un’evoluzione organica, ma di una scelta strategica deliberata: Dubai, Abu Dhabi, Doha e Manama hanno investito centinaia di miliardi di dollari — ricavati proprio dal petrolio — per costruire ex novo un’offerta turistica di massa e di lusso. Anche la loro presenza alle internazioni fiere turistiche è aumentata pesantemente negli ultimi anni. In poche parole hanno investito in modo efficace e coerente sulla loro idea turistica già da molto tempo.


«Chi investe di più nella diversificazione diventa anche più vulnerabile ai choc esterni. Il paradosso del Golfo è che liberarsi dalla dipendenza dal petrolio significa affidarsi a qualcosa di ancora più fragile: la percezione di sicurezza dei turisti stranieri.»


Turismo regionale e turismo globale: due fragilità diverse

Non tutti gli stati del Golfo sono ugualmente esposti allo stesso tipo di rischio. Il Bahrain ospita prevalentemente turisti sauditi — il mercato è regionale, i flussi sono quasi terrestri attraverso il King Fahd Causeway. Se da un lato questo rende l’economia turistica del Bahrain meno vulnerabile alle percezioni internazionali di instabilità, dall’altro la lega indissolubilmente alle sorti dell’Arabia Saudita e del suo ceto medio. Va ricordata anche la presenza ormai consolidata da anni del GP di Formula 1 in Bahrain che ha trovato però uno stop quest’anno ( 2026 ) con la recente cancellazione del GP di Qatar e Bahrain a causa del conflitto in medio oriente.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno invece costruito qualcosa di strutturalmente diverso: un hub del turismo globale. Dubai attrae visitatori da ogni continente, con una programmazione che va da conferenze d’affari a mega-eventi sportivi, dal turismo di lusso al commercio al dettaglio. Questo significa che la sua esposizione al rischio geopolitico è trasversale: un’escalation militare nel Golfo riduce simultaneamente i flussi dall’Europa, dall’Asia e dall’Africa.

Il rischio Hajj : L‘Arabia Saudita dipende in modo strutturale dal turismo religioso. Il pellegrinaggio alla Mecca è il più grande evento di massa al mondo su base annua, con oltre un milione di fedeli attesi ogni anno. Il conflitto con l’Iran — paese a maggioranza sciita con profonde tensioni storiche proprio sul controllo dei luoghi santi — pone un rischio diretto sulla gestione del Hajj. Un’interruzione o una riduzione forzata dei pellegrini sciiti potrebbe avere implicazioni non solo economiche ma di portata teologica e politica inestimabile.


Sotto nel grafico : Direct tourism contribution to the GDP of the Gulf Cooperation Council from 2012 to 2027

Il conto della guerra prolungata

Con la guerra con l’Iran che si prolunga, il costo per gli stati del Golfo più esposti al turismo non è solo quello misurabile in mancati visti e hotel vuoti. È strutturale. Le catene internazionali alberghiere rivalutano i loro piani di espansione. Le compagnie aeree modificano le rotte. Gli investitori immobiliari — che a Dubai e Abu Dhabi hanno alimentato un secondo grande pilastro della diversificazione dal petrolio — cominciano a scontare il rischio politico nei prezzi degli asset.

Il real estate è l’altra faccia della stessa medaglia. I grandi progetti immobiliari del Golfo — da Palm Jumeirah a Lusail City a Neom — sono stati finanziati e giustificati sulla base di proiezioni di crescita turistica. Una flessione duratura degli arrivi internazionali non impatta solo le entrate correnti: mette sotto pressione l’intera architettura finanziaria che regge questi sviluppi, spesso strutturata con capitali esteri e aspettative di rivalutazione nel medio periodo.

C’è poi la questione della percezione. Il turismo globale è mosso da narrative. L’immagine del Golfo come destinazione sicura, moderna e ricca di esperienze è stata costruita con investimenti colossali in comunicazione, eventi e soft power — dai Mondiali di calcio ai Gran Premi di Formula 1, dall’Expo ai concerti delle star internazionali.

Una guerra nelle vicinanze non cancella questa narrativa in un giorno, ma la erode. E una narrativa erosa è difficilissima da ricostruire.

Il Golfo ha speso vent’anni a convincere il mondo che non è solo sabbia e petrolio. Bastano pochi mesi di escalation per rimettere in dubbio tutto quel lavoro.


Una vulnerabilità che il petrolio non aveva

C’è una certa ironia nella situazione attuale.

Il petrolio, per quanto esposto alle fluttuazioni di prezzo, non teme i missili balistici nel senso più immediato: un impianto di estrazione può essere protetto, assicurato, operato a distanza. Il turismo no. Il turista prende decisioni in tempo reale, cancella prenotazioni con un click, cambia meta in base a un titolo su un giornale. È un’industria che si regge sulla fiducia e sul senso di sicurezza, entrambi beni immateriali straordinariamente volatili in tempo di guerra.

Gli stati del Golfo si trovano oggi a fronteggiare una contraddizione che nessun piano di Vision 2030 o National Development Strategy aveva pienamente contemplato: la diversificazione economica, perseguita per ridurre la dipendenza da una risorsa esauribile e politicamente sensibile come il petrolio, ha creato una nuova dipendenza — da una risorsa ancora più sensibile alla politica internazionale.

Il turismo non si estrae dal sottosuolo. Si guadagna ogni giorno, un turista alla volta, in un contesto di pace che oggi nel Golfo non può più essere dato per scontato.

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