Da terreni incolti e abbandonati all’investimento in strutture ricettive glamping

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L’Italia ha un problema silenzioso che pesa sul paesaggio, sull’economia rurale e persino sulla sicurezza del territorio: milioni di ettari di terreno agricolo lasciati incolti o in lento stato di abbandono perchè l’agricoltura non è più redditizia.

Le stime più recenti parlano di una cifra compresa tra 2 e quasi 4 milioni di ettari abbandonati, pari a circa un terzo dei 12 milioni di ettari di superficie agricola utilizzabile del Paese. Non si tratta di un dettaglio marginale: sono appezzamenti che ogni anno perdono valore produttivo, diventano più esposti al rischio di incendi per l’accumulo di vegetazione secca e, in alcuni casi, si trasformano persino in discariche abusive.

Dietro questo abbandono ci sono cause diverse: frammentazione della proprietà, ricambio generazionale mancato, terreni troppo piccoli o troppo scomodi da lavorare con macchinari moderni. Ma negli ultimi anni si è aggiunto un fattore che sta accelerando il fenomeno: il cambiamento climatico. Chi fa l’agricoltore in Pianura Padana sa di cosa parliamo.

Agricoltura sempre più incerta a causa del cambiamento climatico

Siccità prolungate, grandinate fuori stagione, gelate tardive e ondate di calore stanno rendendo la produzione agricola tradizionale un’attività sempre più imprevedibile, specialmente per le piccole e medie aziende che non hanno la scala per assorbire un raccolto perso. La riforma della Politica Agricola Comune, che ha legato gli aiuti a vincoli ambientali più stringenti, ha ulteriormente scoraggiato molti piccoli produttori, portando a un calo delle domande di sostegno e a un progressivo abbandono dei fondi più marginali, spesso collinari o di difficile accesso.

Il risultato è un paradosso: proprietari che possiedono terra, magari ereditata, ma che non hanno più margine economico né motivazione per coltivarla nel modo tradizionale. È qui che si apre uno spazio interessante per una riconversione d’uso.

Può il turismo open air essere la controtendenza ?

Mentre l’agricoltura convenzionale arranca, il turismo all’aria aperta corre. I dati del Camping Report 2026 mostrano che le ricerche online per campeggi e villaggi turistici in Italia sono cresciute del 34% rispetto al 2025, trainate soprattutto dalle famiglie, che rappresentano oltre tre ricerche su quattro, e da una componente internazionale in forte espansione, con quasi la metà delle ricerche proveniente dall’estero.

All’interno di questo comparto, il glamping — la fusione tra “glamour” e “camping” — è il segmento che cresce più velocemente. Le analisi di settore stimano un mercato globale del valore di oltre 4 miliardi di dollari nel 2026, con l’Italia protagonista di una crescita a doppia cifra sostenuta dalla ricerca di soggiorni sostenibili, dal desiderio di comfort a contatto con la natura e dalla diffusione di nuove tipologie di strutture come tende di lusso, cabin e pod ecosostenibili. Non a caso, eventi di richiamo internazionale come le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 vengono già considerati un’occasione per allungare la stagione turistica outdoor, soprattutto al Nord.

Non è un dettaglio da poco: l’Italia possiede esattamente ciò che questo tipo di turista cerca. Un patrimonio paesaggistico, climatico e culturale diffuso su tutto il territorio nazionale, dalle colline del Centro Italia alla costa, dall’entroterra collinare ai borghi storici. Regioni come la Liguria, che nel 2026 ha superato la Sardegna come meta più cercata dai viaggiatori italiani con una crescita del 64%, dimostrano che anche territori non tradizionalmente “balneari in senso stretto” possono diventare protagonisti se sanno intercettare la domanda giusta.

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Perché il glamping è la risposta naturale

Un terreno agricolo abbandonato ha, quasi per definizione, alcune caratteristiche che lo rendono adatto a un progetto di ospitalità open air:

  • Ampi spazi aperti, spesso con una densità edilizia bassa o nulla, ideali per allestire piazzole distanziate, tende safari, lodge in legno o tiny house su prenotazione.
  • Un paesaggio rurale autentico, che oggi rappresenta un valore aggiunto per un turista che cerca un’esperienza “slow” e non un resort standardizzato.
  • Vicinanza a produzioni agricole locali, che permette di costruire pacchetti esperienziali (degustazioni, raccolta, laboratori) capaci di aumentare lo scontrino medio e destagionalizzare l’offerta.
  • Costi di partenza più contenuti rispetto a una struttura ricettiva tradizionale, perché nella maggior parte dei casi non serve costruire in muratura: le normative regionali sul glamping spesso classificano queste strutture come amovibili o temporanee, con iter autorizzativi più snelli rispetto a un albergo. Si cerca sempre di rimanere nel campo dell’edilizia libera.
  • Tassazione più bassa : a differenza delle strutture ricettive ordinare il glamping / agricamping gode di una tassazione agevolata tipica di quelle partite iva legate al mondo dell’agricoltura.

In questo senso, il glamping non è in competizione con l’agricoltura: può convivere con essa, o addirittura sostenerla. Un’azienda agricola che non riesce più a reggere solo sulla vendita del prodotto può trasformare una porzione di terreno marginale in una fonte di reddito complementare, mantenendo il resto della superficie coltivata o destinandola a un uso multifunzionale (orti didattici, agriturismo diffuso, percorsi enogastronomici).

I numeri della redditività

Al di là del trend, ciò che rende il glamping interessante per chi possiede un terreno inutilizzato sono i numeri concreti.

Una struttura ben gestita e ben posizionata può generare un fatturato annuo che, secondo le analisi di settore più recenti, oscilla tra i 60.000 e oltre 240.000 euro, con un tasso di occupazione medio annuo tra il 55% e il 65% (circa 200-230 notti vendute), con percentuali che arrivano al 75%-80% di occupazione in alta stagione e margini netti che possono arrivare al 20-30% del fatturato, generalmente più alti rispetto a quelli di una struttura alberghiera tradizionale, anche grazie a costi di gestione e di personale più contenuti.

In generale a spanne si potrebbe pensare che ogni unità turistica installata possa rendere tra i 30.000 ai 70.000 euro all’anno. L’ampia forbice è dovuta al fatto che strutture più essenziali potranno essere vendute a notte a prezzi più contenuti, mentre strutture più rifinite potranno avere un prezzo di vendita a notte anche di 300-350€ e quindi garantire guadagni maggiori.

Va detto con chiarezza che questi numeri non sono automatici: dipendono dalla location, dalla qualità del progetto, dalla capacità di offrire servizi esperienziali e da una gestione professionale del marketing e delle prenotazioni. Ma indicano una direzione precisa: un terreno che oggi genera reddito zero, o addirittura un costo di mantenimento, può diventare un asset produttivo con un investimento iniziale contenuto rispetto a un’operazione edilizia classica.

Noi di myGlamping.it con il nostro Glamping Expert – Francesco Salvaggio facciamo servizio di consulenza a pagamento per le persone che vogliono essere affiancate in un percorso di successo che le possa portare dall’avere un semplice terreno agricolo fino ad una struttura ricettiva popolare e funzionante.

Il quadro che emerge è chiaro: da una parte un patrimonio di terra agricola sempre più difficile da valorizzare con i metodi tradizionali, reso ancora più fragile dall’instabilità climatica; dall’altra un settore turistico, quello dell’open air di fascia alta, che cresce a doppia cifra e che trova nell’Italia uno dei mercati più promettenti a livello europeo. Trasformare un terreno incolto in una struttura glamping non è solo un’opportunità economica per il singolo proprietario: è anche un modo per restituire funzione, manutenzione e valore a una parte del territorio italiano che oggi rischia solo di degradarsi nell’abbandono.

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